Giornata Mondiale Contro l’Abuso e il Traffico Illecito di Stupefacenti, tra dimensione comunitaria e apprendimenti sportivi

Il giorno 22 giugno scorso, presso la Comunità de la Quercia, il Ce.I.S. “San Crispino” di Viterbo ha svolto la Giornata Internazionale Contro l’Abuso e il Traffico Illecito di Stupefacenti https://ceis.viterbo.it/22-giugno-2024-giornata-internazionale-contro-labuso-ed-il-traffico-illecito-di-stupefacenti/

Il tema indicato dalle Nazioni Unite quest’anno (la giornata ufficiale si è celebrata il 26 dello stesso mese) è stato il seguente: The evidence is clear: invest in prevention (L’evidenza parla chiaro: investire in prevenzione) https://www.unodc.org/unodc/en/drugs/index-new.html

La giornata del Ce.I.S. di Viterbo ha avuto due momenti centrali, quello della celebrazione eucaristica, officiata dal Vescovo Mons. Orazio Francesco Piazza, e quello delle premiazioni delle attività sportive, svolto nell’arco dell’anno dalle persone ospiti della Comunità.

Durante l’eucaristia, emozionante e forte, il momento della graduazione e la testimonianza dei giovani che hanno concluso il percorso terapeutico e ritornano così alla dimensione sociale. Altrettanto emozionante vedere l’impegno e i risultati raggiunti dai giovani che si sono impegnati nelle varie attività sportive, e tra queste il karate.

Il progetto sul karate in Comunità è stato condotto dal Maestro Antonio Affatati (5° dan) della scuola Kanseikan di Orvieto, ma voluto e sostenuto dal Direttore terapeutico del Centro – a sua volta praticante e cintura marrone – dott. Aleandro Iacovelli.

In questo articolo un’intervista al dott. Iacovelli, sulle specificità del Karate, quale sport di contatto, nelle sue valenze educative e “di supporto”, terapeutiche.

A partire dalla consapevolezza che l’intelligenza motoria, è parte dell’intelligenza globale di una persona, e che corpo, mente, abilità sociali e relazione, non sono realtà separate.

La rigida divisione tra processi percettivi, motori e cognitivi – come indicano le neuroscienze – è in grande misura artificiale. Non solo la percezione sembra ancorata alle dinamiche dell’azione, diventando più composita di quanto si ritenesse in passato, ma il cervello che agisce è anche e soprattutto un cervello che comprende. (C. Sinigaglia et al., “Specchi nel cervello”, 2008).

– Dott. Iacovelli, può dirci qualche cosa in più sul karate praticato in Comunità (l’orientamento valoriale, lo stile), sulla nascita del progetto e su come i ragazzi hanno recepito l’iniziativa?

Il Karate è un’antica arte marziale nata ad Okinawa in Giappone. Lo stile da noi praticato è lo Shotokan, la cui origine è attribuita al M° Gichin Funakoshi (1868-1957).

Il maestro Funakoshi, oltre a codificare i movimenti di attacco e difesa che caratterizzano il karate, definì anche un codice etico.

Basti pensare che la pratica del karate, in ogni occasione, comincia sempre con il saluto e si finisce con il saluto, ma ancor di più tra i codici che ritroviamo vicini ai valori del Progetto Uomo e del Ce.I.S vi sono:

  1. Cerca di perfezionare il carattere
  2. Percorri la via della sincerità
  3. Rafforza instancabilmente lo spirito
  4. Esprimi costantemente cortesia e rispetto
  5. Acquisisci autocontrollo ed evita la violenza

Il progetto della pratica del Karate in comunità nasce intorno al 2018 in forma sperimentale, sull’onda della mia passione e della personale pratica di questa arte marziale.

Insieme al M° Antonio Affatati, abbiamo iniziato “timidamente”, timorosi che si potesse stimolare l’aggressività nei pazienti.

Invece, ne è uscito sempre più uno spirito atletico e di gioco che ha favorito l’impegno nel perseguire gli obiettivi sportivi e psicologici, allenando la mente alla frustrazione e al sacrificio; aspetti che le persone tossicodipendenti spesso evitano, in funzione di una più immediata ricerca di piacere, con tutto quanto ne consegue.

– È possibile pensare alla disciplina e all’arte del karate come un sistema di risposta anche ai bisogni delle persone, e come aiuto e cura verso i soggetti in situazione di difficoltà? In questo senso, verso quale atteggiamento e verso quali strategie ci si deve orientare?

In generale lo sport, da sempre ha rappresentato una risorsa per molti ragazzi svantaggiati.

Pensiamo per esempio al campione olimpionico Patrizio Oliva, che racconta come grazie alla box non si sia lasciato irretire dalla criminalità organizzata a Napoli.

La pratica sportiva ha nello stesso tempo risvolti che definirei psicoterapici.

Pensiamo ad un altro campione olimpionico, il karateka Luigi Busà, che da bambino veniva bullizzato perché sovrappeso, e ha trovato nell’arte marziale un modo di riscattarsi, non come vendetta personale, bensì come accrescimento dell’autostima e affermazione di sé.

Questo ultimo caso mi dà anche modo di affermare che paradossalmente, chi pratica arti marziali, è meno avvezzo a litigi e colluttazioni, forse perché più consapevole dei rischi e delle proprie capacità tecniche.

Inoltre, la pratica settimanale consente altresì di sublimare gran parte dell’aggressività, canalizzandola nella competizione sportiva piuttosto che nella conflittualità di strada.

Personalmente trovo che il Karate, a differenza di ogni altro sport da combattimento, presenti il vantaggio di non prevedere mai il KO dell’avversario. Anzi, il regolamento di gara prevede che, qualora si ferisca un avversario, colui che ferisce sia eliminato.

Ciò significa che tra gli obiettivi dell’atleta vi è il raggiungimento di un deciso autocontrollo.

– Quali sono gli aspetti legati alla personalità e psico-emozionali dei giovani che hanno scelto di svolgere il corso di karate, come parte del percorso di riabilitazione alla vita sociale e di cura? (sublimazione dell’aggressività, ritualizzazione, conoscenza di sé, punti di forza e di debolezza, autostima e simili)

I ragazzi che scelgono volontariamente di fare Karate in comunità lo fanno inizialmente un po’ per curiosità, un po’ come un passatempo oppure per tenersi in forma

Tuttavia, a questa prima motivazione superficiale, deve necessariamente sostituirsi una motivazione più profonda. Di fatto, già dopo circa due allenamenti consistenti in tanto stretching, potenziamento e movimenti base del karate ripetuti fino alla nausea, assistiamo ad una selezione naturale.

Coloro che rimangono sono quelli che colgono da subito delle difficoltà fisiche riconducibili ad aspetti psicologici.

Per esempio chi riconosce nella rigidità muscolare degli esercizi anche una sua rigidità caratteriale, e quindi individua un ostacolo personale da superare. Oppure, in modo analogo, chi si muove timorosamente per un senso di inferiorità e vergogna, che riconosce portarsi dentro fin da piccolo, e intravvede nella pratica del karate la possibilità di modificare tali stati d’animo o sentimenti.

Insomma, ci si trova di fronte alle proprie debolezze, che con un po’ di autodeterminazione, un po’ d’orgoglio e tanta pratica, si cerca di trasformare in autoefficacia percepita e forza interiore.

Aleandro Iacovelli, Enrico Clementi

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