Per un glossario delle interazioni sociali: dalla normalità alla devianza

Nello scorso articolo, titolato Contesto sociale e salute psichica: il discrimine della “normalità”, ci siamo occupati, appunto, di normalità e di salute psichica. E abbiamo visto come in entrambi i casi si abbiano almeno due chiavi di lettura:

  • la prima orientata alla società, dove l’individuo è normale o psichicamente sano quando soddisfa i requisiti che la società gli assegna;
  • la seconda orientata alla persona, dove non è il funzionamento conforme ai bisogni di una determinata società a definire che cosa sia la normalità o la salute psichica, ma criteri riguardanti l’uomo stesso, nella sua irriducibilità ad altri.

Normalità, anormalità, benessere sociale, salute psichica, devianza e simili sono dei costrutti, ossia delle categorie interpretative della realtà, per loro natura dinamiche. Sono, in altri termini, un tentativo di assegnare un significato a fenomeni che assumiamo siano reali, in quanto esistenti al di là della nostra consapevolezza e interpretazione, e sottesi ad un qualche comportamento osservabile.

Per tanto facili da assumere, ma anche da assumere in modo improprio e tale da influenzare i nostri comportamenti, la nostra percezione emotiva dei fenomeni, il nostro modo d’intendere le relazioni e interagire con quanto esula dalla “normalità”, così come provvisoriamente intesa.

La nozione di “devianza”

Accanto a normalità e differenza, salute e disagio psichico, benessere sociale, integrazione e marginalità, il termine devianza è per noi, per il nostro glossario, particolarmente rilevante, perché si riferisce a un comportamento che si allontana in modo più o meno pronunciato dai modelli sociali dominanti (cfr. Galimberti, 1999).

Questo costrutto ha un duplice aspetto:

  • è normativo, perché si riferisce non a una caratteristica intrinseca del comportamento, ma a un giudizio etico espresso su di esso;
  • è relativo, perché varia col variare del gruppo culturale di riferimento e del periodo storico preso in esame.

Becker scrive (1963): La devianza è creata dalla società. Con ciò non intendo dire – come si fa di solito – che le cause della devianza risiedono nella situazione sociale del deviante o nei “fattori sociali” che lo spingono all’azione. Intendo invece dire che i gruppi sociali creano la devianza, stabilendo le regole la cui infrazione costituisce la devianza e applicando queste regole a persone particolari, che etichettano come outsiders.

Ovvero a persone che etichettano come coloro che stanno al di fuori della conformità sociale.

Da questo punto di vista, la devianza non è una qualità dell’azione commessa, ma piuttosto la conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di regole e sanzioni al “trasgressore”. Il deviante è uno cui l’etichetta è stata applicata con successo; il comportamento deviante è il comportamento così etichettato dalla gente (Ivi).

Assistiamo in questa definizione a una sorta di ribaltamento della logica corrente. Con Becker la devianza è l’effetto dell’applicazione di certe regole e delle sanzioni da parte di alcuni, etichettatori, a danno di altri, trasgressori.

La “devianza”: definizioni

A differenza di molti concetti della sociologia (come status, società, classe sociale ecc.) e delle scienze sociali in genere (come povertà, personalità, democrazia ecc.), il concetto di devianza non viene usato, nella vita quotidiana, in modo ben definito o conforme all’uso specialistico.

Di fatto il termine è utilizzato per indicare più una categoria sociologica, che una categoria sociale; i rari contesti specifici nei quali esso è comunemente usato, per esempio “devianza sessuale”, aiutano poco a capire il suo significato più astratto e generale.

Per questo motivo qualsiasi analisi del concetto di devianza deve cominciare tracciandone la genesi nell’ambito delle scienze sociali, e in particolare della sociologia.

Le definizioni attualmente accettate di “devianza” (deviance, deviancy) ovvero di “comportamento deviante” (deviant behavior) sono utili per delineare il campo di ricerca, ma non esprimono la travagliata storia del concetto.

Quasi tutte queste definizioni riflettono i punti di vista relativistico e interazionistico, secondo i quali la devianza non è una qualità intrinseca di un certo modo d’agire, ma un’interpretazione che se ne dà.

Ecco alcune definizioni standard di devianza, riportate nei libri di testo: comportamento che alcuni membri di una società trovano offensivo e che, in costoro, suscita – o susciterebbe, se fosse scoperto – disapprovazione, condanna o ostilità (v. Goode, 1981).

Comportamento, idee o aspetti di uno o più individui che alcuni membri di una società – non necessariamente tutti – reputano sbagliati, cattivi, stravaganti, disgustosi, eccentrici o immorali: in altre parole, offensivi (v. Higgins e Butler, 1982).

Qualsiasi comportamento considerato più o meno gravemente deviante dall’opinione pubblica (v. Thio, 1988).

Queste definizioni sono relativistiche, in quanto implicano l’ovvia constatazione che non si può compilare un elenco universale dei “comportamenti devianti”, poiché non tutti i gruppi sociali concordano su ciò che è normale e normativo.

La devianza è un dato di fatto universale, in quanto inerente all’idea stessa di organizzazione sociale: non ci può essere organizzazione sociale senza regole e norme, e non ci possono essere regole e norme senza la possibilità di infrangerle o di deviare da esse.

Ma non c’è un accordo universale sulla sostanza della devianza, non esiste un elenco standard di comportamenti considerati ugualmente devianti in tutte le società.

Analogamente anche la reazione all’infrazione delle regole, il controllo sociale, come viene generalmente chiamata tale reazione, è un dato di fatto universale, ma può assumere le forme più disparate: ostracismo o marginalizzazione, isolamento, reclusione, sanzione, istituzionalizzazione (nei modi della cura, della terapia) ecc..

Stigmatizzazione e norma

A ben guardare è proprio la stigmatizzazione che crea marginalità sociale, o meglio gruppi identitari paralleli che confliggono, in modo aperto o latente, con la società delle regole, quale essa sia.

Per Becker (cit.), la devianza è una reazione sociale che consiste nel processo di etichettamento, denominazione, interpretazione.

L’identità della devianza risiede nell’occhio dell’osservatore, più che nella sostanza dell’azione: si tratta di uno status attribuito più che conseguito.

L’autore, con tale definizione, amplia lo sguardo in quanto con essa si riferisce non solo a status attribuiti sulla base di comportamenti devianti rispetto alla norma/regola sociale infranta; egli infatti parla di status attribuiti anche sulla base della natura non chiara della regola. Come per esempio, appunto, il disagio, la marginalità sociale o la malattia mentale.

O il cui status è già di per sé un giudizio, come vecchiaia, handicap, ritardo mentale, tossicodipendenza, detenzione, perfino l’appartenenza a una minoranza etnica: sono tutti casi di stigmatizzazione ed esempi, come direbbe Goffman (1963) di “identità negata”.

La società in cui viviamo definisce gli strumenti che ci portano a categorizzare ed etichettare le persone, attribuendo agli individui determinate caratteristiche identitarie (identità sociale), ma negando di fatto a queste persone un’identità propria o un’evoluzioni identitaria scevra da pregiudizi e categorie. 

Ma cos’è la norma?

La parola “norma” rimanda a una duplice veste semantica: norma come normalità, e norma come regola.
Le norme, in quanto costruite socialmente sono tendenzialmente variabili e strettamente legate a cambiamenti socio-culturali e spazio-temporali.

In quanto tali sono quindi mutevoli così come lo sono anche i limiti di tolleranza nei confronti della violazione dalla norma stessa, e i criteri di valutazione della violazione.

Il cambiamento riguardo la percezione sociale di specifici comportamenti e/o atteggiamenti, e la frequenza con cui essi si manifestano, può portare a considerare normale ciò che un tempo era definito deviante (si pensi ad esempio all’omosessualità).

Di contro, ciò che è meno frequente è “anormale” (non rientra nella norma), ciò che è anormale non è giusto, ciò che non è giusto “non va bene” e va in qualche modo segnalato, circoscritto, sanzionato, oppure ricondotto in seno all’istituzione: istituzionalizzato (istituto di pena, comunità terapeutica, comunità per minorenni ecc. sono tutti luoghi dell’istituzione).

La devianza quindi è in riferimento anche alla norma. Non si tratta solo di una violazione intenzionale di un “modello di comportamento” costruito e condiviso socialmente e culturalmente, ma anche, più semplicemente, di una difformità da caratteristiche somatiche, psichiche, morali, culturali, ritenute “normali” in un determinato contesto sociale.

In una società come la nostra, ad alto grado di complessità, risulta davvero difficile trovare una persona perfettamente conforme alla società data. Tutti possiamo configurarci, in qualche modo, devianti rispetto ad almeno una o più delle tante norme e regole che scandiscono la nostra vita.

Conclusioni

La devianza, per Becker, è sempre il risultato dell’iniziativa di qualcuno.

Prima che qualsiasi atto possa essere visto come deviante, e prima che qualsiasi categoria di persone possa essere etichettata e trattata come deviante per aver commesso l’atto, qualcuno deve aver instaurato la norma che definisce questo atto come deviante.

Le regole non nascono spontaneamente. Anche se un’attività può essere oggettivamente dannosa per il gruppo cui avviene, il danno deve essere interpretato come tale e messo in evidenza.

In senso lato la devianza è il prodotto di un’iniziativa di alcuni: senza questa iniziativa destinata a creare le norme, la devianza, che consiste nell’infrangerle, non potrebbe esistere.

La devianza è il prodotto di un’iniziativa anche in un senso più stretto e particolare.

Una volta entrata in vigore, una norma deve essere applicata a delle persone particolari prima che l’astratta categoria degli outsiders – ossia di quelli “fuori dagli schemi”, dalla regola – creata dalla norma possa popolarsi.

I trasgressori devono essere interpretabili come tali, identificati, arrestati e condannati; o etichettati come “differenti” e stigmatizzati per la loro non conformità.

Naturalmente questa incombenza spetta ai professionisti del fare rispettare le norme che, applicando leggi già esistenti, creano i devianti particolari che la società vede come outsiders.

E’ interessante il fatto che la maggior parte della ricerca e della teorizzazione scientifica sulla devianza si occupi delle persone che infrangono le norme, piuttosto che di quelle che le istituiscono e le fanno applicare.

Se vogliamo raggiungere una tale comprensione del comportamento deviante, dobbiamo mettere sulla bilancia queste due possibili direzioni dell’indagine sociologica.

Dobbiamo vedere la devianza e gli outsiders che personificano questo concetto astratto, come una conseguenza di un processo di interazione tra persone: alcune, nel servizio dei propri interessi o di quelli di una maggioranza ampia, elaborano e fanno applicare delle norme che colpiscono altre persone che, nel servizio di interessi propri e divergenti, hanno commesso degli atti etichettati come devianti.

                                                                                         di Enrico ClementiResponsabile Centro Studi e Ricerche

 

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