Contesto sociale e salute psichica: il discrimine della “normalità”

Il concetto di normalità

Il concetto della normalità è un costrutto culturale, riconducibile, etimologicamente, al latino norma, sostantivo che indica “la squadra”, o “la regola” (il regolo), lo strumento usato per misurare gli angoli retti – da cui normalis, nel senso di “perpendicolare” o “retto”.

In questo senso, l’idea di normalità richiama quella di regolarità, conformità, esattezza.

Sul piano sociale si basa su ciò cui corrisponde la maggior parte delle persone, creando un gruppo di norme più o meno esplicite, e credenze più o meno implicite.

L’impeto normativo, tipico della storia dell’umanità, spinge a definire la “diversità” (di vario tipo: fisica, psichica, linguistica, ambientale, socio-economica, di genere, ecc.) in termini di ciò che si esclude e di chi viene escluso da quel gruppo, perché i suoi caratteri distintivi sono diversi da quelli classificati come “normali”.

Il diverso è tale perché non rientra nei criteri della normalità. Per molto tempo, e tuttora in modo molto diffuso, l’applicazione sistemica della normalità è stata alla base del funzionamento delle nostre società. Essa governa le proporzioni, le relazioni di quantità, le medie, le percentuali, in ogni aspetto della vita sociale.

La normalità si definisce e si consolida entro un determinato range che si riferisce a prima, ora e dopo in un rapporto di reciproca conferma fra attese e verifiche.

Allo stesso modo che in tutti gli altri ambiti sociali, come il lavoro o la sanità, ma anche quello giuridico, i coordinati della normalità sono presenti a scuola: nei luoghi fisici della scuola, nei modelli organizzativi e operativi, negli obiettivi, nei risultati attesi e nei criteri di valutazione.

L’associazione originale fra la normalità e l’uso di uno strumento, dando luogo a un modello dell’essere e del fare “normale”, rischia di ripresentare in continuazione la stessa idea di profili e di comportamenti convenzionali e corretti da parte del frequentante o dell’utente in qualsiasi ambito sociale, e ristabilire e rinforzare il concetto di normalità.

Esiste una stretta interdipendenza fra il costrutto culturale della normalità, la realizzazione di prassi tipiche, anche all’interno di ambienti di apprendimento, e l’esclusione o l’inclusione degli esseri umani.

Oggi la società o l’ambiente normalizzante può sembrare più flessibile nella sua “tolleranza” della diversità e nei suoi tentativi di incorporarla, ma allo stesso tempo continua a lavorare per individuare precocemente, prevenire e, nei limiti del possibile, eliminare potenziali anomalie che potrebbero minare le fondamenta della normalità.

Il problema di fondo è che si continua a intendere la diversità soprattutto come una non appartenenza a un gruppo “normale”, invece di un fenomeno intrinseco alla vita, in quanto basata su una differenza fra i caratteri distintivi dei membri di un gruppo.

Da questa prospettiva, la diversità è, in modo apparentemente paradossale, “normale”, perché esistono sempre differenze fra le persone.

Con uno slogan potremmo sintetizzare dicendo che è normale, tutto quanto esiste! Ed è con questo genere di normalità, anche scomoda a tratti o addirittura aberrante, rispetto al nostro assetto socio-culturale e politico, che dobbiamo rapportarci e fare i conti.

L’inclusione non va vista come un modo di normalizzare il diverso, ma piuttosto come un modo di scuotere il normale, e possibilmente liberarlo, dal suo quieto torpore e dai limiti della sua presunta normalità.

In questo senso l’inclusione è sinonimo di innovazione, una nuova prospettiva che ci impone di ripensare i nostri ambienti di vita, lavoro, apprendimento, rendendoli meno giudicanti e anche più fruibili per quella stessa normalità per la quale sono stati concepiti

Salute psichica e contesto sociale

Al pari del concetto di normalità, conosciamo almeno due accezioni di “salute psichica”: il primo orientato alla società, dove l’individuo è sana quando soddisfa i requisiti che la società gli assegna, il secondo orientato alla persona, dove non è il funzionamento conforme ai bisogni di una determinata società a definire che cosa sia la “salute psichica”, ma criteri riguardanti l’uomo stesso, la persona.

È evidente che se non vi fosse conflitto tra l’uno e l’altro modo d’intendere la salute psichica, i due concetti sarebbero identici, o quanto meno conformi l’uno all’altro, e non vi sarebbe motivo di creare sistemi, luoghi di ritenzione e cura, per persone che mostrano segni o sintomi di non adattamento ai requisiti di cui sopra.

Come bene indicava Fromm in uno scritto dal titolo Die Pathologie Der Normalität (I cosiddetti sani. La patologia della normalità, Mimesis ed. 2023), coloro che sostengono il concetto orientato alla società danno sempre ad intendere che esso si identifichi con quello orientato alla persona: ciò che è bene o ciò che è meglio per la società, lo è anche per l’uomo. E questo a prescindere dal fatto che l’individuo si adegui ad una società che, per evidenti motivi, mostra a sua volta segni di disagio e difficoltà evidenti.

Vi è poi una declinazione di “salute psichica” di tipo medico, che risulta quasi tautologica e dove essa consiste nell’assenza di malattia psichica. Ossia, se su un piano socialmente rilevante (!) non vi sono nevrosi, psicosi, abuso di sostanze, comportamenti lesivi o simili, possiamo parlare di un individuo relativamente sano e integrato, in una società conforme all’individuo stesso.

Nonostante la psicologia positiva abbia fatto tentativi di definire la salute psichica non in negativo, come assenza di malattia, ma in positivo e come condizione di benessere (well-being), l’accezione medicale di “salute psichica” è assolutamente diffusa e – da ultimo – definisce i criteri e gli standard di “presa in carico” e cura.

Ora, il concetto umanistico di “salute psichica” – quello orientato alla persona – è un concetto non statico, ma dinamico, e tiene conto di una serie di variabili interne ed esterne assolutamente comuni e trasversali, e che riguardano ogni singolo membro della società: tutti siamo fragili, o meglio vulnerabili, in un qualche momento o area della nostra vita (salute, situazione abitativa, economica, affettiva ecc.), e tutti, quindi, siamo, presto o tardi, “soggetti di cura”.

Ma l’intuizione di fondo è – con Fromm – che una mente sana o un “soggetto di salute” possono vivere solo in una società sana; da ciò ne consegue che il problema della salute psichica del singolo – come quello della normalità – non può essere scisso da quello della salute psichica della società; con tutto quanto ne consegue in termini prassi politiche, educative, d’intervento.

Ecco perché è riduttivo uno “schiacciamento” del disagio psichico in accezione medica o sanitaria, ed ecco perché alcune prassi che muovono in questa stessa direzione (si pensi al “bonus psicologi”, o al tentativo di ricondurre entro l’ambito sanitario le professioni socio-pedagogiche ed educative) sono fuorvianti, per la definizione del problema.

Il problema della salute psichica individuale è un problema complesso, e in modo molto attuale Fromm nello scritto citato definisce la salute psichica come consistente in un “minimo di narcisismo”; ossia in un narcisismo non esasperato, dove la percezione del mondo esterno non è una percezione solo intellettuale, ma anche emozionale. E dove i miei bisogni, i miei sentimenti, le mie aspettative, sono coniugati e modulati con i bisogni, i sentimenti, le aspettative dell’altro.

Non vi è dubbio che la nostra società sia una società se non narcisista, quanto meno egotista; cioè a dire che pur essendovi percezione del mondo esterno, dell’altro da sé, della “differenza”, non è veramente interessata  ad essa. Lo è interessata a livello politico, economico, degli interessi, ma non lo è affettivamente e non ne partecipa ai drammi.

Ora, tutto questo ha un enorme impatto in termini d’impegno educativo e sociale, in termini di riabilitazione e di cura, di dispositivi e modalità d’intervento, di finalità. Ma anche impatta il modo di concepire le professioni educative, sollevando una serie di interrogativi sull’adeguatezza o meno del setting o dei luoghi d’istruzione, educazione, formazione e cura.

                                                         di Enrico Clementi – Centro Studi e Ricerche

Condividi su:

Facebook
Twitter
Whatsapp
Email